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LA PREGHIERA MAGICA

IL RISCHIO DI UNA DERIVA MAGICA NELLA PREGHIERA CRISTIANA
Un discorso a sé, che merita di essere approfondito e chiarito, è quello che riguarda la cosiddetta preghiera magica, ossia quel tipo di preghiera – che può esplicarsi attraverso parole, segni o gesti – che il più delle volte tende ad assumere una vera e propria “valenza magica”, soprattutto nell’ambito delle preghiere di liberazione.

Mi spiego. La preghiera – la preghiera autentica – non è solo un “comunicare con Dio”, un “rivolgersi a Dio”. Bisogna comprendere che la preghiera è innanzitutto un evento di grazia: è Dio creatore che, accogliendo la sua creatura, le fa dono della preghiera. Sì, certo, la volontà dell’uomo e il suo impegno nel praticare le virtù cristiane possono contribuire a migliorare la capacità di corrispondere a questo dono. Ma fondamentalmente la preghiera è un dono d’amore di Dio agli uomini. Se non fosse per Dio, noi potremmo ben poco, infatti «nessuno può dire: “Gesù è Signore!” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12, 3).

Ora, per ben disporci alla preghiera – per ben disporci a ricevere questo dono – bisogna essere umili. E a questo riguardo un solo tipo di atteggiamento è corretto: l’abbandono. Dobbiamo abbandonarci a Dio, lasciarci avvolgere dal suo abbraccio, dalla sua misericordia, facendoci plasmare dalla sua volontà.

“Sia fatta la tua volontà”, ripetiamo quotidianamente nel Padre Nostro. Ed è questa la cosa più importante da chiedere nella preghiera: che sia fatta la sua volontà! Tutto il resto non conta. La sua volontà corrisponde al nostro sommo bene, alla nostra possibilità di salvarci l’anima. E che cosa potremmo desiderare di più da Dio, se non la salvezza dell’anima?

Quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? (Mc 8, 36).

 Ma allora quand’è che con la preghiera si rischia di scadere nella magia?

San Michele arcangelo liberaci dagli influssi nefasti della magiaLa magia rappresenta il desiderio di onnipotenza dell’uomo, la sua aspirazione a controllare gli eventi presenti e futuri, assoggettando al suo volere le potenze occulte per porle al proprio servizio ed ottenere, così, un potere soprannaturale sul prossimo (Cfr Catechismo Chiesa Cattolica n° 2117).

Una nota pastorale della Conferenza Episcopale Toscana ci dice a questo riguardo:

“La magia non ammette alcun potere superiore a sé; essa ritiene di poter costringere gli stessi spiriti o demoni evocati a manifestarsi e a compiere ciò che essa richiede” (Nota Pastorale della Conferenza Episcopale Toscana, A proposito di magia e demonologia, 01/giugno/1994, art. 6).

Quindi potremmo dire che è proprio quando si tenta di ridurre la preghiera a una mera pratica rituale con la quale si cerca di conformare la volontà di Dio alla nostra in forza delle parole dette o dei gesti compiuti, che si sconfina nella magia.

Il più delle volte ciò avviene per ignoranza, in una maniera del tutto inconsapevole. Ad esempio, quando si pensa di poter ottenere una determinata grazia con una preghiera, piuttosto che con un’altra, come se esistessero preghiere più o meno potenti in grado di produrre miracoli a richiesta, prescindendo dalla fede e dall’umile abbandono in Dio. Alla stessa maniera quando ci si convince di poter “forzare” la volontà di Dio in conseguenza dell’esatta esecuzione di un rito o di un gesto. Per capirci: potremmo anche aspergere interamente un posseduto di acqua santa, fargli baciare la Croce e contornarlo di reliquie, ma di certo non riusciremo a liberarlo dalla presenza degli spiriti maligni se di base al nostro agire non poniamo la fede in Dio e nella sua divina misericordia.

“Pretendiamo di combattere il Maligno con l’acqua santa, senza però abbandonare una vita di peccato e impegnarci in un serio cammino di santità. (…) Le benedizioni, l’acqua santa, etc. hanno senso solo così, altrimenti vengono ridotte a pratiche magiche o superstiziose” (Don Pasqualino Fusco, Preghiere di liberazione dal Maligno, Ventesima Edizione (stampato in proprio), Firenze 2009, pag. 367 e 368).

La magia si contraddistingue per il fatto di essere una pratica individualista, dove si persegue sempre un fine egoistico lontano da quella che è la volontà di Dio e il bene del prossimo. Il mago confida in se stesso e nelle sue capacità personali – nei suoi “poteri” – demandando la buona riuscita delle proprie pratiche magiche all’esattezza con la quale copie i gesti e alla precisione con la quale recita le formule prescritte.

“La magia non ha niente a che vedere con la religione: questa, infatti, suppone un diretto riferimento a Dio, un costante dialogo, un abbandono fiducioso alla sua volontà anche quando questa non corrisponde alla nostra; la magia, invece, è staccata da qualsiasi riferimento al divino perché conta unicamente sulle capacità personali per poter controllare e incanalare le potenze occulte, le energie del cosmo, attraverso pratiche, rituali capaci di produrre gli effetti desiderati” (Don Leoluca Pasqua, L’inganno della magia, Città Nuova Editrice, Roma 2007, pag. 76).

Come sempre dobbiamo prendere esempio da Gesù. Gesù, quando prega, è costantemente in relazione con il Padre, del quale accetta la volontà in un atteggiamento di totale obbedienza – anche quando l’accettazione di ciò gli richiede di versare il suo sangue sulla croce [“Padre mio, se possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” (Mt 26, 39)].

Ogni parola di Gesù, ogni suo gesto, è espressione di un’assoluta fede in Dio. Questa relazione col Padre, in Gesù, non viene mai meno: questo deve esserci ben chiaro!

La nostra preghiera diventa magia, quando perdiamo di vista Dio, quando, piuttosto che compiere un atto di fede e di abbandono in Dio, speriamo di ottenere dei risultati recitando vuote parole e compiendo gesti privi di significato. Così le nostre preghiere si trasformano in filastrocche magiche quando ci convinciamo che, recitandole per un preciso numero di volte e secondo un determinato rituale, ci permetteranno di raggiungere il risultato sperato; ugualmente se pensiamo che inginocchiarci tre volte, piuttosto che due, possa aiutarci a ottenere la grazia richiesta.

Ci dice, infatti, il Catechismo della Chiesa Cattolica:

“Attribuire alla sola materialità della preghiera o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione” (Catechismo Chiesa cattolica n° 2111).

Il confine tra preghiera e magia, a volte è sottilissimo. Basti pensare al fatto che la maggior parte dei maghi attinge sempre più spesso, per l’espletamento dei propri riti esoterici, a preghiere che per lo più sono tratte dal patrimonio cristiano.

Quando la preghiera diventa una “tecnica rituale” da eseguirsi con precisione, facendo attenzione più all’esecuzione che alla fede, allora si scade nella magia.

Dio non è strumentalizzabile, non si può piegare la sua volontà facendo forza sull’esattezza della parole che gli si rivolgono o sulla precisione dei gesti che si compiono. È la fede che conta! Nient’altro.

Le parole che si dicono, le preghiere che si recitano, i gesti che si compiono hanno importanza, sì, ma solo in quanto mezzi atti ad esprimere la fede. Senza la fede, tutto diventa vuoto. Senza la fede, non si riuscirà a ottenere da Dio la concessione di una grazia per il semplice fatto di aver recitato la novena “più giusta”, o per aver detto la preghiera “più potente”.

Bisogna saper distinguere tra il “parlare molto” e il “pregare molto”. Non è ripentendo filastrocche di parole che otterremo da Dio l’ascolto delle nostre preghiere.

“Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole” (Mt 6, 7).

“Parlare molto, infatti, vuol dire, nel caso della preghiera, compiere una cosa necessaria con parole inutili. Pregare molto, invece, è bussare con costante e devota mozione del cuore presso colui che preghiamo” (Agostino d’Ippona, La preghiera: Epistola 130  a Proba, X. 20, a cura di A. Cacciari, Ed. Paoline, Milano 1996, pag. 107-108).

È la fede che fa da spartiacque tra magia e preghiera. Si rischia di assumere un “atteggiamento magico” quando si ripone troppa fiducia nelle parole che si dicono e nei gesti che si fanno.

Rivolgendosi alla peccatrice che gli cospargeva i piedi di olio profumato, Gesù le disse: “La tua fede ti ha salvata” (Cfr Lc 7, 36-50), non le sue parole, non i suoi gesti. Le parole e i gesti hanno importanza, sì, ma solo in forza della fede che rappresentano. Senza la fede, parole e gesti non possono nulla.


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6 anni fa
Giuseppina Collina
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Recensore
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8 anni fa
Maria Giuseppina Lerario
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Thomas
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Sabrina
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3 mesi fa
Alby
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5 mesi fa
Io
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Alfio Martelli
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6 anni fa
Giovanni Ferrara
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6 anni fa
Daisho “Dotanuki” Duemila
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Recensore
5/5
Rosari di qualità eccellente!

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Kikko Kikko
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Davvero ottimo !

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6 anni fa